Jim Dine a Roma. Ed è subito vitalità

Al Palazzo delle Esposizioni di Roma è in corso la grande mostra di Jim Dine (Cincinnati 1935), uno dei maggiori protagonisti dell’arte americana, il cui lavoro, radicale e innovativo, partito dagli happenings e approdato alla scultura e pittura, abbracciata dall’artista con totale adesione e abnegazione, ha avuto un grande impatto sulla cultura visiva contemporanea, in particolare degli anni Sessanta, pur restando l’artista sempre indipendente e refrattario a una identificazione nelle categorie della critica e storia dell’arte e del mercato.

L’artista ha infatti sempre tenuto alla sua libertà creativa e ha esplorato moltissime delle tendenze espressive che, da quegli “anni favolosi” (i ’60, appunto: quelli del boom economico) ad oggi, hanno caratterizzato la ricerca avanguardistica dell’Arte.

 

Nei suoi capolavori troviamo tanta materia pittorica e molte scritte, spessissimo oggetti presi dalla realtà e inseriti nelle opere, con assemblaggi vari di cose diverse provenienti dalla vita quotidiana oltre che dall’ambito dell’arte (da poltrone a pale e martelli, da bottiglie a cazzuole e pennelli); e poi immagini e astrazione, pittura stesa con attenzione quasi zen accanto a gestualità veemente dove il colore domina ogni volta, sia che si tratti di incisione, disegno, pittura, appunto, o scultura e installazione.

Famosissimi i suoi “cuori”, dal carattere Pop – coloratissimi, iconici – oppure più… poveristi – realizzati con una grande balla di fieno, ad esempio – quindi sia raffigurati che… conformati. Belli anche i suoi tanti, diversi “Pinocchio”, emblema italico e ormai popolare. che al al Palazzo ha portato in gran quantità, allestita come ad organizzare un esercito, ma pacifico e ludico, con il quale è possibile entrare in diretta, gocosa relazione, muovendosi intorno a tali sculture di tutte le fogge e grandezze.

La sua arte è sempre impetuosa e resta legata alla sua vita vissuta;  appare quasi “sgarbata” – qualche critico definì la sua pittura “inquietante” e “ineducata” -, amara seppure sempre vitalissima, quasi con sprazzi di caustica ironia; mantiene una freschezza e un’autenticità forse poco americane e più vicine a una certa lirica sensibilità europea.

 

La mostra, curata da Daniele Lancioni, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale Azienda Speciale Palaexpo e in corso sino al 2 giugno 2020, propone un nucleo di opere che Jim Dine ha donato nel 2017 al Musée national d’art moderne – Centre George Pompidou di Parigi e che l’istituzione francese ha prestato per questa grande occasione romana; inoltre, sono moltissimi i prestiti di lavori storici provenienti da collezioni europee, private e pubbliche, tra le quali quelle del Museo di Ca’ Pesaro Venezia e del MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (entrambi questi musei prestano opere della collezione Sonnabend), il Louisiana Museum of Modern Art a Humlebaek in Danimarca, il Kunstmuseum Liechtenstein a Vaduz. C’è anche una serie di opere proveniente dagli Stati Uniti, tra cui i due celebri dipinti degli anni Sessanta A Black Shovel. Number 2 (1962) e Long Island Landscape (1963), appartenenti alle collezioni del Whitney Museum di New York. Dalle collezioni americane arrivano anche Shoe del 1961 e The Studio (Landscape Painting) del 1963, presentati entrambi dall’artista alla Biennale di Venezia del 1964.

Durante il periodo della mostra, al Palazzo delle Esposizione sono previsti convegni, spettacoli, laboratori reading, visite e, insomma, una intensa attività (qui: https://www.palazzoesposizioni.it/mostra/jim-dine) che permette al pubblico interessato una maggiore comprensione della ricerca dell’artista e una partecipazione a questo grande gioco dell’arte che, non va mai dimenticato, prevede tra i suoi giocatori proprio… i fruitori.

Info, biglietti e altro qui: https://www.palazzoesposizioni.it

di Barbara Martusciello
foto di repertorio e dell’autrice
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