I murales sul femminicidio a San Lorenzo

Nonostante la mancanza di quel sole tanto caldo e splendente qualche mattinata fa, raccontiamo di una bellissima giornata. Ha portato decine e decine di persone a dare nuova luce a un commovente e potente murale. Si tratta dell’opera di Elisa Caracciolo che nel 2012 la realizzò, su un anonimo, lungo muro privato (concesso dai Cavalieri dell’Ordine di Colombo) nello storico quartiere di San Lorenzo a Roma – area magnificamente barricadera, universitaria, di artisti, ma poi sempre più degradata e divenuta zona di spaccio -,  per denunciare il femminicidio. In Via dei Sardi è fiorita, così, una fila di neutre sagome bianche di donne, rese come quelle dei disegni dei bambini, o meglio di quegli origami a forma di girotondo derivati dalla carta ritagliata. Ognuna ha un nome: di una vittima, nella terribile realtà della cronaca, ma anche simbolo delle tantissime altre donne falciate da uomini feroci che si sono fatti scudo dell’alibi dell’amore e della frustrazione per esercitare prevaricazione, maschilismo e violenza. Una violenza che anche quella efficace raffigurazione ha subìto: crossata ma di fatto insozzata, poiché l’agire visivo e provocatorio del crossing – la pratica di graffitare e taggare sopra un graffito altrui, anche a guisa di sfida creativa – aveva e dovrebbe avere una sua nobiltà, seppure nell’ottica off e nell’agone dell’illegalità antagonista. Il murale, dunque, pur già più volte ripulito da volontari, amanti dell’arte e rispettosi del messaggio virtuoso e socio-politico dell’opera, era stato talmente oltraggiato da rendere impellente un ulteriore intervento: festoso, come è stato quello, appunto, di domenica 19 marzo, che qui vi stiamo narando e vi mostriamo.

Allietati dalla colonna sonora della banda musicale del Dopolavoro ferroviario (DLF), delle cornamuse della City of Rome Pipe Band, del gruppo Saxtett, e accompagnati dalle letture tratte da “Ferite a morte” di Serena Dandini (con la chitarra acustica di Lorenzo Mirra), con alcuni momenti di riflessione grazie alle parole di Cinzia Passero, avvocata di donne vittime di violenza, Roberto Natale,giornalista, Igiaba Scego, scrittrice, Stefano Gizzarone vice-responsabile Circoscrizione Lazio di Amnesty International Italia, Stefano Galieni, giornalista – ADIF, i tantissimi  cittadini, ragazzi, studenti, persino bambini, volontari di RetakeRoma e di altre realtà etiche e noprofit, guidati dalla Caracciolo stessa, si sono impegnati nel restauro. Che si è palesato piuttosto massiccio ed è perfettamente riuscito, indicando anche quanto non si sia voluto procedere nel nome di un decoro solo della superficie di Roma, né di una pulizia di facciata ma in opposizione propositiva a fenomeni liberticidi e agendo un ribellismo a difesa di principi egalitari e solidali.

Parallelamente, altro è nato, a ribadire quanto il tema riguardi un quartiere, una città, la gente, qualche istituzione più sensibile, e la creatività. Così, e infatti, lo street-artista Luca Ximenes ha realizzato, di fronte a quello della collega, un suo mulale ispirato al tema dominante – quello contro la violenza di genere sulle donne –  che ora campeggia sull’alto muro dell’edificio pubblico del Centro Tutela Relazioni Familiari della Provincia. Donne che si tengono per mano, dalle gonne svolazzanti, dipinte di colori emblematici – il rosa e l’azzurro – classicamente e rigidamente riferiti alle femmine e ai maschi, si affiancano e si sovrappongono in un ideale concordia non solo cromatica che – ci piace pensare – origini tutte le tinte del mondo.

Foto di Guido Laudani//Testo di Barbara Martusciello
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